Sw&Sp alla V Conferenza italiana di Servizio sociale

GIOVEDI – 4 GIUGNO 2026

Seminario pre conference: Pubblicare su riviste scientifiche accademiche – Teresa Bertotti, Silvia Fargion, Urban Nothdurfter

Keynote: Tra calma e turbolenza? Coltivare la consapevolezza storica e democratica per guardare sotto la superficie – Urban Nothdurfter

La trama invisibile della formazione universitaria. Il disincanto nella costruzione dell’identità professionale degli studenti di servizio sociale – Angela Rosignoli

Il contributo presenta i risultati di una ricerca longitudinale condotta con venticinque studenti di un corso di laurea triennale italiano in servizio sociale, seguiti durante l’intero percorso universitario per osservare come evolve la costruzione dell’identità professionale. L’obiettivo era esplorare le dinamiche implicite che orientano la socializzazione formativa e che spesso sfuggono agli approcci di ricerca che si concentrano su singole fasi del percorso, impedendo di vedere come gli apprendimenti maturano progressivamente.

Sebbene la letteratura abbia offerto contributi significativi sul modo in cui gli studenti percepiscono la professione, resta poco indagato come l’identità professionale si sviluppi nel tempo e quali elementi, espliciti e taciti, ne influenzino l’evoluzione. Gli studi pedagogici e sociologici mostrano che la socializzazione non coincide con la sola trasmissione intenzionale dei contenuti, ma comprende forme sottili di apprendimento che si manifestano nel clima dell’aula, nelle interazioni con docenti e tutor e, in modo rilevante, nelle esperienze di tirocinio. Quando i messaggi impliciti entrano in dissonanza con i valori dichiarati, possono produrre forme distorte di apprendimento che incidono su motivazione e fiducia professionale. Queste tensioni risultano particolarmente acute nel servizio sociale, oggi segnato da logiche manageriali e da contesti organizzativi che riducono gli spazi per pratiche riflessive.

L’analisi dei dati longitudinali mostra che sentimenti ricorrenti di smarrimento, incertezza e talvolta delusione non costituiscono semplici reazioni emotive, ma esprimono un processo più strutturato. Questo processo, definito “disincanto”, si attiva quando le rappresentazioni iniziali della professione incontrano la complessità della formazione e dei servizi. Il “disincanto” può assumere una valenza trasformativa quando l’esposizione alla complessità è accompagnata da un supporto formativo capace di sostenere la rielaborazione degli ideali professionali. In assenza di condizioni favorevoli, può invece evolvere verso forme di distacco, adattamento difensivo o cinismo.

Il contributo mostra come il “disincanto” offra una lente interpretativa per comprendere i modi in cui gli studenti costruiscono oggi il proprio orientamento professionale e quali condizioni formative rendano possibile una trasformazione generativa. La sua presenza ricorrente suggerisce la necessità di ambienti educativi che ne riconoscano il ruolo e ne sostengano l’elaborazione, così da preparare professionisti capaci di mantenere orientamento etico e responsabilità critica nei contesti di lavoro contemporanei.

È come un ballo attorno al fuoco”: ripensare autonomia e partecipazione nelle pratiche educative domiciliari – Diletta Mauri, Ulrike Loch

In linea con le tendenze internazionali verso pratiche family-centered e processi di deistituzionalizzazione, il sostegno educativo a domicilio è concepito per accompagnare le famiglie nei loro contesti quotidiani (Petrella & Milani, 2024). Questa ricerca nasce su richiesta di dirigenti dei servizi sociali e di organizzazioni del terzo settore di una regione del Nord Italia, interessati a un approfondimento su questi interventi. Pur essendo ritenuti una risorsa importante per supportare le famiglie, talvolta mostrano criticità nel sostenerne l’autonomia. Lo studio preliminare qui presentato, primo passo di un progetto più ampio, indaga quali obiettivi siano effettivamente prioritari nella pratica degli operatori e come il tema dell’autonomia venga declinato rispetto alle dimensioni relazionali e contestuali degli interventi.

Lo studio, di natura esplorativa e condotto nel 2025, adotta un disegno a metodi misti. È stato somministrato un questionario ai 24 distretti sociali del territorio, raccogliendo dati su organizzazione, profili familiari e obiettivi degli interventi, ottenendo una copertura totale. In parallelo, sei interviste aperte (Rosenthal, 2018) con professionisti scelti per massimizzare l’eterogeneità di ruoli (educativi e sociali) e contesti hanno favorito narrazioni e riflessioni sulle scelte operative, le difficoltà e le strategie adottate.

L’educativa domiciliare raggiunge circa 200 famiglie e oltre 300 minorenni (pari allo 0,3% della popolazione minorile), mostrando una forte eterogeneità organizzativa e gestionale nella provincia. Circa il 40% degli interventi è disposto dal tribunale.

Le principali criticità riscontrate dagli intervistati riguardano:

  • il rischio di considerare l’intervento domiciliare come una risposta autosufficiente;
  • la complessità del lavoro svolto in solitudine nelle case, soprattutto con adolescenti o in contesti conflittuali;
  • il rischio di ridurre l’intervento a un mero monitoraggio.Gli operatori sottolineano la centralità della relazione, descritta metaforicamente come un “ballare attorno al fuoco”: un agire che richiede intuito e tempismo per costruire fiducia e favorire la partecipazione delle famiglie nei percorsi verso una maggiore autonomia.Le difficoltà operative si intrecciano con vincoli strutturali quali la carenza di personale e le limitate occasioni di confronto interprofessionale. Lo studio evidenzia alcune potenzialità e limiti dell’intervento educativo domiciliare, richiamando la necessità di approcci realmente partecipativi e orientati agli obiettivi, basati sulla collaborazione interdisciplinare e sul coinvolgimento di tutti gli attori. Invita inoltre a una riflessione critica sul concetto di autonomia che, se non radicato nelle relazioni e nelle pratiche operative, rischia di perdere significato o assumere una connotazione neoliberale, lasciando famiglie e professionisti più soli nella gestione di sfide complesse.
SIMPOSIO; il progetto PRIN ECOSOW
Esplorare il lavoro ecosociale in pratica: risultati e apprendimenti da una ricerca nazionaleUrban Nothdurfter, Elena Allegri, Maria Chiara Pedroni, Riccardo Bavastro, Luca Pavani, Luca Fazzi, Andrea Bilotti, Marco Accorinti, Alessandro Sicora, Davide Galesi, Deborah Fraccaro

Il lavoro ecosociale è emerso negli ultimi anni come un campo stimolante, che sollecita la ricerca di servizio sociale a interrogarsi su come la professione possa contribuire ai processi di trasformazione ecosociale e promuovere cambiamento in contesti segnati da ingiustizie sociali ed ecologiche. Nonostante un’attenzione crescente, il dibattito sul lavoro ecosociale rimane in larga misura normativo e ancorato all’appello a una responsabilità ecologica della professione, ma ancora debole sotto il profilo concettuale e metodologico e quindi vago rispetto alla rilevanza e le implicazioni di un approccio ecosociale nella pratica professionale. Anche i pochi contributi empirici appaiono spesso senz’altro interessanti per la descrizione di esperienze innovative di lavoro ecosociale ma molto limitati sotto il profilo analitico.

Il simposio proposto intende contribuire a una comprensione più approfondita del lavoro ecosociale in pratica, a partire da un progetto PRIN che ha coinvolto ricercatori di quattro università italiane. Sebbene un approccio ecosociale abbia finora occupato una posizione marginale nel dibattito italiano di servizio sociale, è possibile individuare numerose esperienze riconducibili a questa prospettiva, spesso nate dal basso o sviluppate attraverso forme di collaborazione tra diversi attori del welfare locale. Come contesto caratterizzato da politiche frammentate, dal ruolo centrale del terzo settore nello sviluppo di pratiche innovative e da una forte tradizione di sperimentazione dal basso, l’Italia offre infatti spunti interessanti per comprendere meglio i processi attraverso cui il lavoro ecosociale emerge e le condizioni che ne favoriscono o ne ostacolano il consolidamento e l’integrazione nei sistemi locali di welfare.

La ricerca ha individuato aspetti e domande chiave utili a comprendere se, come e a quali condizioni un approccio ecosociale possa prendere piede nella pratica del lavoro sociale e realizzare un suo potenziale trasformativo anche a livello sistemico. Attraverso studi di caso esplorativi, il progetto ha analizzato le motivazioni e le opportunità di sviluppo del lavoro sociale evidenziando le implicazioni su immaginari ecosociali e identità professionali nonché i fattori che abilitano o limitano il coinvolgimento del lavoro sociale nei processi di trasformazione ecosociale e di sviluppo sostenibile del welfare nei territori.

Il materiale empirico è stato raccolto attraverso fonti documentali, visite in loco e, soprattutto, 102 interviste semi-strutturate con professionisti assistenti sociali e figure professionali vicine, persone utenti dei servizi, amministratori locali e altri stakeholder. I dati sono stati analizzati attraverso un’analisi tematica data-driven e riflessiva che ha permesso di combinare un lavoro induttivo di codifica e categorizzazione con focus analitici predefiniti e un ragionamento abduttivo.

Dopo una breve introduzione degli obiettivi e delle scelte metodologiche del progetto, i quattro contributi del simposio presentano e discutono i risultati in relazione ai principali focus tematici individuati. L’obiettivo è portare alla luce aspetti finora poco esplorati ma cruciali per cogliere la rilevanza e il potenziale trasformativo del lavoro ecosociale.

VENERDI – 5 GIUGNO 2026

La gioia come risorsa professionale: mindfulness e pratiche riflessive nel servizio sociale – Alessandro Sicora

Nel campo del servizio sociale, la ricerca ha tradizionalmente privilegiato lo studio delle emozioni difficili legate alla pratica professionale (stress, burnout, compassion fatigue, esposizione al trauma) mentre le emozioni positive e il loro potenziale generativo sono rimaste largamente inesplorate. Questo contributo intende colmare tale lacuna, esaminando in modo sistematico il ruolo della gioia come risorsa professionale e come dimensione trasformativa quando integrata con pratiche riflessive e approcci di mindfulness.

La ricerca si fonda su quasi 400 brevi narrazioni riflessive, ciascuna entro il limite di 160 caratteri, raccolte tra il 2019 e il 2024 durante 40 workshop realizzati in Italia, Regno Unito, Sudafrica e Stati Uniti. Dopo aver ripercorso l’esperienza attraverso il ciclo della riflessività di Gibbs, i partecipanti hanno condensato l’episodio in una micro-storia estremamente sintetica di massimo 160 caratteri, focalizzata su un momento di gioia legato alla pratica professionale. Le narrazioni sono state successivamente analizzate mediante un approccio di grounded theory, con l’obiettivo di individuare temi emergenti e schemi ricorrenti.

Dall’analisi emergono sei principali fonti di gioia: (1) costruzione di fiducia e alleanza con l’utenza; (2) riconoscimenti e gratitudine; (3) osservazione di progressi significativi; (4) momenti di gioia condivisa o co- costruita; (5) collaborazione efficace nell’équipe; (6) interventi riusciti in contesti ad alta complessità (protezione minori, disabilità, salute mentale, fine vita). Le narrazioni mostrano inoltre elementi spontanei di presenza, consapevolezza e regolazione emotiva, caratteristiche proprie della mindfulness, suggerendo che tali pratiche possano permettere agli assistenti sociali di riconoscere e radicare esperienze positive anche in momenti difficili.

I risultati indicano che la gioia, pur poco tematizzata nel dibattito disciplinare, può svolgere un ruolo chiave nel contrasto alla fatica emotiva, nel rafforzamento della resilienza e nel consolidamento dell’identità professionale. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di integrare nel bagaglio professionale la capacità di riconoscere, valorizzare e ritualizzare le esperienze positive.

Le implicazioni per la pratica includono: la creazione di spazi riflessivi organizzativi dedicati alle emozioni positive; l’integrazione di pratiche mindfulness nei percorsi formativi; e lo sviluppo di metodologie per co- costruire conoscenza tra professionisti e ricercatori. Questo studio propone dunque di ampliare il focus della ricerca sociale includendo la gioia come dimensione centrale del benessere e dell’efficacia professionale.

Competenze, reti e sfide del servizio sociale nel sistema integrato 0–6 – Francesca Schir, Diletta Mauri, Renato Briante

Contesto: Nei primi mille giorni di vita si giocano snodi decisivi per lo sviluppo neurobiologico, relazionale ed emotivo. Questa evidenza ha orientato investimenti e ridefinito il sistema 0–6: da approccio assistenziale a impianto integrato, universale e inclusivo che riconosce l’educazione come diritto e leva anti-disuguaglianze (Milani, 2018; Balduzzi & Lazzari, 2024). In Italia, il D.Lgs. 65/2017 ha accelerato il Sistema integrato 0–6; alla luce dei benefici dei servizi educativi di qualità, soprattutto per i bambini in contesti svantaggiati (Save the Children, 2019), emerge l’esigenza di sostenere pratiche collaborative tra il servizio sociale e gli attori del territorio (Canali, 2017; Moreno Boudon et al., 2021).

Metodi: Questo contributo presenta la fase preliminare di un percorso di ricerca-azione, disegnato in collaborazione con la Fondazione Nazionale Assistenti Sociali, che esplora come il servizio sociale contribuisca alla costruzione di comunità educanti e alla governance territoriale del sistema integrato 0–6. Questa prima fase ha previsto la realizzazione di due laboratori con 27 operatrici di due ATS del Centro e Sud Italia con l’obiettivo di iniziare a comprendere, insieme alle professioniste, criticità e aree di sviluppo. Le attività, di carattere riflessivo e co-progettuale, hanno riguardato: condivisione delle modalità di accesso ai servizi di bambini 0–6 e caregiver; mappatura dei legami dell’ATS con enti e luoghi significativi; analisi di sfide e opportunità nella costruzione di reti interprofessionali; avvio di micro-progettazioni.

Risultati. Il confronto tra le partecipanti ha fatto emergere come ci sia un fuoco prevalente su interventi di protezione, con scarsa presenza di prevenzione e outreach, pur percependone l’importanza. La mappatura delle reti ha evidenziato rapporti significativi ma non necessariamente costanti con: nidi (quando presenti), scuole dell’infanzia, servizi sanitari e forze dell’ordine. Sono emersi, altresì, vuoti di rete rispetto ad attori che, a seguito del confronto, si rivelerebbero rilevanti. L’interdisciplinarità è apparsa cruciale, seppur fragile, e spesso legata a relazioni interpersonali più che ad assetti organizzativi stabili.

Implicazioni e conclusioni. Nonostante l’attenzione e le relazioni più intense siano focalizzate sulla protezione, è emersa una forte consapevolezza della rilevanza del lavoro di prevenzione, da perseguire attraverso una maggiore conoscenza reciproca tra le organizzazioni, nonché mediante la possibilità di dedicare più tempo all’analisi territoriale e alla programmazione specifica per la fascia 0–6. È emersa inoltre l’esigenza di competenze mirate sullo 0–6 per assistenti sociali, di percorsi formativi congiunti e di dispositivi di governance capaci di consolidare fiducia, linguaggi comuni e modalità operative condivise.

Fare la differenza nella protezione dei bambini: articolazioni e conseguenze di una narrazione eroica – Giulia Turrina, Teresa Bertotti

ll lavoro degli assistenti sociali nella tutela minorile è spesso oggetto di critiche e controversie, date dal collocarsi nel delicato intreccio tra rappresentazioni socio-culturali e normative riguardanti responsabilità familiari, benessere dei bambini e ruolo dello Stato (Bertotti, 2017). Per rispondere ad alcune di queste criticità, nel 2017 la Fondazione Nazionale degli Assistenti Sociali realizzò uno studio nazionale sul “Ruolo e qualità del servizio sociale nel sistema di tutela minorile” (FNAS, CNOAS, CROAS, 2020) articolato in tre moduli, dedicati al ruolo prescritto, percepito ed agito. Il presente contributo prende lo spunto dai risultati dell’ultimo modulo, in cui il gruppo di assistenti sociali coinvolte come co-ricercatrici ha indagato le percezioni di dodici colleghe circa la capacità di “fare la differenza” e di incidere concretamente sulle condizioni di vita dei bambini. Le interviste sono state analizzate in due fasi: la prima, in forma partecipata tramite analisi manuale; la seconda, dalle autrici, usando Nvivo e ispirandosi alla Grounded theory.

Da questa seconda analisi, la categoria centrale emersa è l’umanizzazione del sistema di protezione dei bambini, articolata in tre sottotemi: proteggere con fermezza, avere cura e tenere insieme. A partire da questi risultati, il presente contributo propone una riflessione critica nuova sul modo in cui le assistenti sociali narrano il loro “fare la differenza”.

Pur riconoscendone le contraddizioni, i vincoli organizzativi e le fatiche del sistema di tutela vengono spesso considerate immodificabili e lo spazio di azione resta ancorato a pratiche individuali più che a strategie collettive o sistemiche. Le forme di resistenza si concretizzano in azioni individuale, affermate e agite nel perimetro della propria autonomia professionale e nel legittimo uso della discrezionalità, con cui aggirano procedure o prassi consolidate, considerate ingiuste e lesive del benessere delle persone.

Nel contributo commentiamo come questa discrezionalità venga spesso descritta in modo “eroico”, con il/la professionista solo/a fronteggiare ostacoli burocratici ed un sistema percepito come sempre più distante. Le azioni vengono legittimate attraverso riferimenti ai valori personali, all’intuizione ed alla dimensione emotiva del lavoro, mentre i riferimenti teorici o le chiavi interpretative a livello meso-macro tendono a scomparire. Questo rischia di oscurare i fattori sociali, istituzionali e strutturali che influenzano le difficoltà familiari, portando a una lettura binaria che trascura la dimensione sistemica e relazionale.

Discuteremo come questo orientamento metta in luce la necessità di un approccio critico che superi la resistenza come atto personale, valorizzi il lavoro collettivo e promuova cambiamenti strutturali nella tutela minorile.

Practice-research: un’esperienza di coinvolgimento delle persone anziane nello sviluppo delle politiche sociali del territorio, in Trentino Alto AdigeTeresa Bertotti, Teresa Baldi, Maurizio Colombini

Il contributo si basa su un progetto di ricerca partecipata realizzato in un ambito territoriale trentino, volto ad esplorare l’evoluzione dei bisogni sociali di giovani e anziani sul territorio e contribuire all’elaborazione delle politiche sociali locali, considerando le esigenze emergenti e le possibili evoluzioni.

L’intervento si concentra sul popolazione anziana, considerato prioritario dai committenti non solo per il numero crescente di persone anziane, ma anche per i profondi cambiamenti nelle condizioni sociali e negli stili di vita associati alla vecchiaia. Alla luce dell’organizzazione relativamente consolidata dei servizi per le persone anziane nel territorio, la ricerca ha esplorato i bisogni insoddisfatti e indagato come questi potrebbero evolversi in futuro, per favorire una programmazione sociale capace di passare dalla dimensione riparativa a un’ottica preventiva.

Seguendo l’approccio della practice research (Uggerhøj, 2011), la ricerca è stata accompagnata in tutte le sue fasi da un comitato consultivo, composto da professionisti, responsabili di servizi, politici, persone anziani e caregiver. Sono state raccolte in tutto le opinioni di 39 persone, suddivisi in 10 interviste a interlocutori privilegiati e 6 focus group con persone anziane, in diversi contesti, compresi i servizi residenziali. Le interviste e i focus group hanno esplorato sia i fattori di benessere/malessere attuali sia le proiezioni future in termini di aspettative, speranze e timori.

Risultati. Uno dei risultati più significativi è la smentita dell’ipotesi secondo cui ci sarebbe stata una forte domanda di servizi aggiuntivi, in particolare di servizi domiciliari e residenziali. Pur a fronte di tale domanda, la preoccupazione prevalente per il futuro e gli elementi di minaccia del benessere attuale riguardano la solitudine e l’isolamento, in relazione alla progressiva perdita di autonomia e di indipendenza. In questo contesto, la qualità delle relazioni, il rispetto e la dignità emergono come elementi fondamentali. Dall’analisi dei dati emergono tre direttrici di sviluppo di interventi e politiche: i) promuovere l’umanizzazione dei servizi, sia sul versante della dimensione relazionale che dell’accesso ai servizi connessi ai processi digitalizzazione, ii) accompagnare la complessa transizione all’età anziana, costruendo risposte graduali, e attente all’evoluzione dei bisogni , iii) restituire importanza alle persone e alla loro voce, riconoscendone la loro dignità

Le implicazioni. Questi risultati indicano la profonda inadeguatezza dell’attuale enfasi sulla dimensione prestazionale ed erogativa, rimettendo con forza al centro l’attenzione alle relazioni e al riconoscimento della dignità delle persone anziane. Evidenziano la necessità di contrastare attivamente la rappresentazione prevalente delle persone anziane come un peso per la società.

Riflessioni da una practice research sul lavoro emozionale nei percorsi di cura e aiuto dell’assistente socialeSilvia Fargion, Jessica Palanghi, Mariaclaudia Passalacqua, Elena Baracani, Sandro Cappellano, Kathrine Cuomo, Michela Dacroce, Teresa Farina, Adriana Ferlito, Cristina Giusti, Sabrina Paoletti Pegolo, Eranda Sadushi, Tirsa Tilenni, Francesco Angeli

Per anni la dimensione emotiva nella professionalità è stata squalificata e ritenuta qualcosa da tenere sotto controllo, più un ostacolo che una risorsa. In questi ultimi anni si registra un’inversione di tendenza e i lavori di Sicora (2021) ne sono testimonianza. In questa presentazione si intende condividere alcune riflessioni da una practice research originata all’interno di un percorso di supervisione, in cui si è esplorata la relazione tra dimensione emotiva e percorsi di cura dell’assistente sociale.

Questa ricerca è stata condotta in modo partecipato da 14 assistenti sociali esperte/i (5-20 anni di esperienza) operanti in campi diversi nello stesso territorio Toscano. E’ partita da una scelta del gruppo di esplorare la dimensione emotiva in quanto considerata aspetto centrale e critico nella pratica. La rilevazione dei dati è consistita in narrazioni di casi valutati di successo e nel metodo photovoice. La domanda di ricerca si è specificata in termini di comprensione della elaborazione delle emozioni nel percorso di aiuto e dei vissuti rispetto al proprio ruolo in esso.

Partendo dall’idea di analizzare le emozioni come singole espressioni, ci si è resi di come le emozioni evolvessero lungo il percorso, in contatto con il mondo emotivo delle persone, la riflessione e processi progressivi di comprensione delle situazioni di vita con cui ci si confronta. L’analisi dei casi e delle fotografie prodotte dai partecipanti alla ricerca ha permesso di mettere a fuoco l’importanza di questo viaggio emotivo che mette in relazione l’esperienza delle persone e quella degli/delle assistenti sociali. Si tratta di un viaggio emotivo che è in sintonia con il percorso emotivo delle persone, e spesso parte da sensazioni di perdita, rabbia e impotenza, e però si apre nel tempo a emozioni più positive. Queste sono connesse all’accettazione della situazione e alla identificazione di opportunità, all’emergere di speranze per arrivare a emozioni di soddisfazione, commozione, gratitudine e orgoglio.

Sempre più spesso in tempi recenti c’è una sollecitazione da più parti per una umanizzazione dei servizi. Ciò che è emerso in questa ricerca riguarda il fatto che l’umanizzazione passa attraverso la condivisione da parte del professionista e della persona di un viaggio emotivo. Questo tuttavia assorbe importanti energie nei/nelle professionisti/e e richiede riconoscimento e sostegno da parte dell’organizzazione in cui essi/e operano.

Identità in transizione: ibridazione professionale e formazione per il servizio sociale in Italia – Luca Fazzi

L’evoluzione del welfare locale è caratterizzata da crescenti difficoltà di adattamento ai bisogni e alle sfide economiche e sociali emergenti. Fuori dai servizi istituzionali sia pubblici che del terzo settore convenzionato attraverso accreditamento e appalti si è creata una zona grigia di interventi in cui spesso sono presenti professionisti laureati in servizio sociale ma senza qualifica di assistenti sociali. Il terreno in cui essi si muovono si caratterizza per una notevole ambiguità identitaria, ma al contempo può essere visto come una palestra per lo sviluppo di nuove competenze e forme di ibridazione professionale essenziali per restituire al servizio sociale uno slancio politico e trasformativo nell’attuale fase di crisi delle istituzioni deputate a garantire benessere e tutela sociale. Il contributo si propone di presentare i risultati della recente ricerca empirica sui terreni di costruzione delle nuove identità professionali svolta in Italia e di ragionare sulle prospettive che essa apre per la definizione di una nuova agenda di formazione per gli studenti di servizio sociale incentrata su modelli di ruolo plurali e su competenze emergenti.

SIMPOSIO; Traiettorie e posizionalità dell’assistente sociale che fa ricerca: genere, classe sociale e sviluppo disciplinare – Serena Vicario,Giulia Turrina, Carlotta Mozzone, Cecilia De Baggis, Chiara Pini – Rete giovani ricercatori Sociss

Genere, classe sociale e processi evolutivi della disciplina sono elementi dell’assetto sociale che generano differenze, organizzano relazioni e concorrono a formare soggettività (Butler, 2000; Bourdieu 2011).

Questi elementi influenzano traiettorie formative e identitarie collettive e individuali, incluse quelle degli assistenti sociali impegnati in ambito accademico. Per esempio, ricercatrici e ricercatori condividono difficoltà analoghe nella cultura accademica contemporanea. Tuttavia, le prime subiscono una doppia penalizzazione derivante dallo svantaggio di genere e dallo scarso riconoscimento disciplinare (Cree, 2020). La classe sociale non riguarda solo la disponibilità di risorse materiali e simboliche che orientano la possibilità di avanzamento accademico. Essa definisce anche valori, attitudini e ciò che le persone percepiscono come possibile, legittimo o desiderabile per sé (Skeggs, 1996; Reay, 1997). Le traiettorie degli assistenti sociali ricercatori si collocano dunque entro configurazioni strutturali che portano a riconoscere alcuni soggetti più di altri. Muovendo da queste premesse, lo studio esamina in chiave critica come genere, classe sociale e processi storici di sviluppo disciplinare contribuiscono a definire la loro posizione e soggettività.

La ricerca utilizzerà interviste biografico-narrative tra pari, cui seguirà un’analisi tematica. Il metodo avrà carattere adattivo. Il campione è composto da un gruppo di circa 15 assistenti sociali ricercatori ad inizio carriera affiliata a SocISS.

Lo studio è in corso. I risultati potranno evidenziare l’importanza di una prospettiva intersezionale e sistemica. Tale prospettiva colloca le traiettorie individuali nel loro contesto e permette di cogliere l’intreccio tra diversi assi di differenza nel produrre posizioni sociali, rendendo visibili dinamiche che altrimenti resterebbero nascoste.